mercoledì 25 maggio 2016

Abruzzese, διάλεκτος, lingua




Il greco, il latino e l'abruzzese.

L'abruzzese è davvero un dialetto? 
Possiamo accostarlo ad un idioma completo ed indipendente?

Per prima cosa diamo corretta interpretazione dei termini. Le lingue classiche, come sempre, vengono in nostro aiuto grazie alla comune origine indoeuropea.

In greco antico, il termine διάλεκτος indica un modo di parlare definito dall'utilizzo in una determinata zona. Una lingua precisa usata in un preciso ambiente, circoscritto.
Il dialetto è un modo di esprimersi "usuale", comprensibile da tutti coloro che abitano in quel territorio.
Esiste un dialectus anche in lingua latina, con lo stesso significato.

Altra cosa è la κοινὴ, espressione al femminile dell'aggettivo κοινός, il cui significato è quello di "comune". 
La koiné è la modalità di comunicazione, vale a dire la lingua, utilizzata da un vasto numero di persone, insomma l'idioma considerato universale. Generalmente tale idioma si è formato da un dialetto "principale", cioè più diffuso e/o più conosciuto che, per così dire, prende il sopravvento rispetto agli altri.

L'aggettivo κοινὴ lo accostiamo a γλῶσσα, la lingua intesa anche come strumento per comunicare. Dunque molto più vicina, nel senso, alla lingua,ae  del nostro latino che, tra le diverse valenze di significato ha proprio quella che si riferisce alla parte anatomica.

Γλῶσσα κοινὴ, quindi, è lo strumento di comunicazione utilizzato da un nutrito gruppo di persone, generalmente una popolazione stanziata su un determinato territorio. Esse, per comprendere e farsi comprendere, adoperano un registro comune che risponde a dettami e norme precise, in fatto di grammatica, lessico, pronuncia, utilizzo dei termini. 
Ciò che caratterizza una lingua, dunque, è proprio il fatto che coloro che la utilizzano accettano di rispettare determinate regole.

Possiamo dunque argomentare una sostanziale differenza fra γλῶσσα κοινὴ, quella che in latino diventa communis lingua, e che in italiano ci limitiamo a definire lingua, e il dialetto. 
Quest'ultimo appare limitato ad una zona circoscritta, in termini di spazio geografico, utilizzato da un nucleo di persone ivi stanziate. 
È importante sottolineare che il dialetto non si distacca dalla lingua ufficiale, ma ne è una "propaggine" e come tale differisce solo in alcuni minimi aspetti, quali la pronuncia, la cadenza che produce la cosiddetta inflessione o accento, al limite l'utilizzo di qualche parola caratteristica.

Ma procediamo ancora nell'argomentazione di prima.
Analizzando la parola διάλεκτος con maggiore precisione, vediamo che essa deriva dall'unione di διά e di λέγομαι

La preposizione διά ha già in sé insito un significato di movimento, dunque contiene un'immagine di un luogo non predefinito ma in costante divenire. Il movimento "attraverso per" ci fa ragionare sulla natura di quanto intendiamo con il nostro dialetto, in lingua italiana.

Dunque διά λέγομαι equivale a "dico attraverso": il verbo indica la parlata in cambiamento, o meglio il cambiamento della parlata, attraverso lo spostamento fisico da un luogo ad un altro.
Possiamo affermare che il dialetto è una variazione territoriale della lingua comune ed ufficiale, che non differisce da essa in maniera considerevole, con variazioni grammaticali, ad esempio con differente utilizzo delle parole, con l'utilizzo o meno di determinati modi o tempi verbali.

Arriviamo ora a ciò che ha mosso all'origine questo mio studio. 
Quanto l'abruzzese può definirsi lingua e quanto invece dialetto?

Sulla differenza, in italiano, fra lingua e dialetto molto è stato detto e scritto. E ancora gli studi sono vivaci.

Ripeto che una lingua per essere riconosciuta come tale, da tante persone, deve avere insito in sé un meccanismo di comunicazione che si basa su norme determinate che la fanno diversificare da altri idiomi.
Tali norme riguardano la sfera sintattico-grammaticale, quella semantica, quella della pronuncia e quella della esperienza nel tempo, che porta all'evolversi di diversi termini o modi di dire.

L'abruzzese ha una grammatica che lo rende differente dall'italiano, risponde a regole fonetiche specifiche e vanta una lunga storia che ha visto questa parlata mutare nel tempo.

Persino la costruzione delle varie proposizioni spesso differisce dall'italiano.
Faccio qui solo qualche esempio.
La proposizione interrogativa, in abruzzese è spesso introdotta dal "che".

Che me le se preparate chela  carte? - Me l'hai preparata quella carta?

Il condizionale è pressoché inesistente.
La proposizione ipotetica, nelle sue valenze della possibilità e dell'irrealtà, infatti, trova accostati nella protasi e nell'apodosi due congiuntivi, in vece di un congiuntivo ed un condizionale.

Le facesse, se putesse. - Lo farei, se potessi.

Non esiste il futuro

Nell'abruzzese ci sono alcuni suoni che non troviamo in lingua italiana: tra questi, quello più comune, è la pronuncia sct del binomio consonantico st.

La strade = (pronuncia) la sctrade.

Altra differenza con la lingua italiana è la presenza della cosiddetta vocale finale (o anche intermedia) indistinta. La vocale c'è ma non si sente. (Ricordo che, per mia comodità l'ho indicata con un colore diverso da quello del resto della parola, evitando di ricorrere al simbolo ufficiale).

La cas= (pronuncia) la cas.

Non mi dilungo troppo con gli esempi. Concludo dicendo che l'abruzzese non può essere considerato come dialetto, vale a dire come una variante territoriale della lingua principale, cioè dell'italiano. 
Possiamo dunque classificarlo come lingua.
Naturalmente si continuerà a definirlo dialetto, sia per comodità, e sia perché, per assurgere al ruolo (titolo?) di lingua, è necessario anche il riconoscimento ufficiale da parte di comunità scientifiche.

Azzarderei affermare che proprio all'interno della lingua abruzzese si sono diversificate varie parlate, differenti soprattutto nel suono, ma non solo. 

Queste numerose parlate che esauriscono la loro valenza nell'ambito di realtà territoriali circoscritte potrebbero quasi essere assimilate a dialetti: dialetti derivanti dalla lingua abruzzese.

Concetta D'Orazio

lunedì 23 maggio 2016

venerdì 20 maggio 2016

Canzone delle tristezze

Delle mie tristezze sono gelosa.
Con esse partorisco silenzi generosi.

Tristi le riconosco, con occhi abbassati.
Non ammettono lacrime: si accontentano solo di pause.

Mi trastullo con le mie tristezze, 
aspettando di salutarle.

Il gioco è mesto. Attendo e desidero di smettere.
Smetto ma già mi mancano.

E allora ricomincio richiamandole con il pensiero.
Quando non ne trovo, provo ad inventarmele.

Sono gelosa delle mie tristezze.
Mi appartengono.
Mi affamano e mi consumano.

A loro dico questa malinconica quasi-canzone.
La rumoreggio battendo sui tasti.
La correggo in coreografia, spingendola un po' sul do.

Poi la passo in la maggiore, per renderla più esuberante.

Questa mia canzone di notte, con la gelosia per le tristezze.
La ammiro come una delle mie migliori.
È composta di afflizione generosa.

E di sospiri, di assenza. 

C. D'Orazio


sabato 14 maggio 2016

Ho comprato una camicia

Ho comprato una camicia, sulle bancarelle.
Una camicia, diciamo una maglia. Una maglia a camicia.
Una blusa morbida, vaporosa. Una camicia leggera, con balze. Tessuto cedevole, estivo senza dubbio.
Al di sotto, la camiciola è munita di una speciale canotta piuttosto rigida: sarà utile per infilare l'indumento, ho immaginato.
La suddetta canottiera è provvista di due aperture laterali, precisamente simmetriche. Serviranno ad ingabbiare le braccia, ho ipotizzato.
I miei arti superiori seguiranno la via, entreranno nell'ovale del tunnel, per essere infine abbracciati dalla cedevolezza raffinata della stoffa, che solo all'apparenza può sembrare un po' rozza.
Oh, sono due giorni che la ripongo nell'armadio. Non c'è verso di mettermela addosso.
Sudo al solo pensiero!

C. D'Orazio


Riflessioni a tempo - Menzogna

Menzogna continua e costante alberga sulla bocca di chi non conosce null'altro che falsità.

mercoledì 4 maggio 2016

Una trama, consumata e già vista, è quella che ogni giorno si costruisce sulle pagine del mondo virtuale.Impossibile sia storia vera: troppo perfetta. Una perfezione al limite del verosimile. Vorrei chiedere il nome dello sceneggiatore ma poi mi ritiro, imbarazzata e dubbiosa.