mercoledì 23 aprile 2014

Di scrittura, di trasporto artistico e di esercizio

Una serie di confessioni. 
Non interessa a nessuno esserne messo al corrente, lo so, ma io ho una coscienza, che prima di essere coscienza letteraria, è consapevolezza dei miei limiti. 
E, pertanto, la mia correttezza mi porta a doverne rendere conto, fosse anche a quell'unico lettore capitato erroneamente su questo blogghino, dopo aver frettolosamente digitato, nel motore di ricerca,  la parola tiramisù.


Scrivo? Si scrivo.
Da quando scrivo? Non ricordo bene. Non lo ricordo perché lo scrivere qui inteso non è quello relativo all'incolonnamento ordinato e corretto di soggetti, predicati e complementi. La domanda  da quando scrivi? sottintende una risposta a metà tra il filosofico-esistenziale e il pensieroso-trascendentale, del tipo scrivo da sempre, oppure da prima di esistere.
Ho detto spesso che scrivere mi piace più che parlare a voce, forse per una sorta di mia intrinseca vigliaccheria: bisogna essere molto svegli e pronti quando si formulano parole che qualcun altro, l'interlocutore di turno, ascolta immediatamente. 
Parlare dunque è un azzardo impulsivo.
Quando le parole si buttano giù sul foglio, o si digitano sulla tastiera, rimane il tempo per ripensarle, riposizionarle, cancellarle oppure aumentarle.
Scrivere permette di riflettere a lungo. Parlare no.
Che poi c'è pure chi scrive come parla e chi farebbe meglio a parlare, prima di scrivere. Ma questo è un altro conto.

Fatte queste premesse, vorrei aggiungere un paio di notizie che serviranno a dare una brutta impressione di me. 
Lo devo fare, però, sempre a causa di quella correttezza di cui sopra. 

Pur amando tenere la penna in mano ed avvertendo il bisogno di usarla ogni tanto, al fine di trasporre su carta i miei pensieri o le mie emozioni momentanee, non posso tuttavia dire che questo mio operare sia eseguito in preda a chissà quali trasporti contemplativi, in balia di raptus di ispirazione celestiale.
Non sento di avere alcuna responsabilità di offrire servizio letterario a nessuno. Figuriamoci.

Ad oggi posso aggiungere che ritengo alquanto noioso, a tratti grottesco, tutto questo improvviso, inusitato, troppo sostanzioso bisogno di parlare ad ogni costo di libri e di cultura. E sì, perché di solito il dualismo, innaturale a dir di molti, libro-cultura tende a ricomporsi e a ricongiungersi, ai limiti dell'implosione metafisica. 
Come se per cultura non si intendesse niente altro che quanto è depositato nelle scritture. In tutte le scritture. 
Nelle scritture di tutti.
Come se, il solo fatto di dire di aver trascorso qualche mezz'oretta, ma anche qualche mezza giornata, con la penna in mano, possa garantire uno status sociale, anzi uno status-social, di tutto rispetto.
Io non sono capace. Non scrivo perché sento essere questa una missione né mi strappo le vesti, gemendo, allorquando si ricordano nomi illustri della letteratura.
È questa la verità. Buon per loro che sono stati bravi. 
Li apprezzo, li stimo. Non sento la necessità di esaltarli, né di presentarmi come ispirata da chicchessia.

Considero la scrittura tutt'altro che piacevole. Scrivere, per me, è esercizio. E l'esercizio non è mai spassoso.
Anche oggi, da adulta, mi capita spesso di sentirmi annoiata quando passo il mio tempo a rifilare le frasi, ad ammorbidire la sintassi. 
A volte penso che sarebbe meglio mettermi a fare una torta. 
Non ho nessuno che mi obbliga a questo genere di supplizio, sia chiaro. Scrivo perché in qualche modo devo pur passare il tempo. E, tutto sommato, perché mi piace farlo. 
Ho deciso di esercitarmi con le parole, così come c'è chi sceglie di fertilizzare il terreno in giardino per piantare le margherite oppure di intrecciare i fili nel punto croce.
Pur non considerandomi, ci mancherebbe, un'illuminata dal genio dell'arte redigendi, mi piace lavorare per migliorare.
Questa non è la solita espressione al limite fra il banale e il melodrammatico.
Mi piace "imperfettirmi", ecco. Pure quando faccio le torte.

Scrivere, come ogni trasporto artistico, presuppone passioneserietà, umiltà.
Prima di diventare opera d'arte, però, un prodotto ha assolutamente bisogno di lavoro di esercizio.
In giro per la Rete mi capita di vedere, tra gli autori nuovi, sicuramente passione (almeno è quello che dicono). Ho incontrato anche  molte persone serie. Con qualcuna di esse ho avuto modo di condividere opinioni, in merito alla buona resa della forma narrativa, scegliendo di fare esercizio comune.
Sono fiduciosa: l'umiltà esiste ancora.
L'importante è cercarla nei posti giusti.

Nella peggiore delle ipotesi posso sempre frequentare un corso accelerato di giardinaggio o di ricamo.


Concetta D'Orazio