La penna indipendente

Scelte grafiche: i dialoghi

 Una condanna per gli autori che si auto-pubblicano?






Scelte grafiche: i dialoghi.
Una condanna per gli autori che si auto-pubblicano?

Il punto finale. Eccolo. Ho terminato.
Il mio scritto ha preso forma e consistenza, è diventato una storia, con tutti i suoi personaggi al posto giusto e con la battuta azzeccata.
Adesso tocca fare la revisione. Accidenti, lo so, questo è il momento più noioso, non tanto per aggiustare sfumature di sintassi, quanto per superare la famosa prova, quella della scelta dei caratteri, o meglio dei segni grafici, più adatti alla resa dello scritto.

Per molte questioni di tipo pratico, quali ad esempio laformattazione del testo, l’uso dei rientri e la misura dell’interlinea, possiamo reperire facilmente informazioni, anche adeguandole a quanto richiesto dalla piattaforma a cui abbiamo deciso di destinare il nostro libro digitale. Diverso è invece il problema relativo a scelte grafiche personali, per le quali non troveremo aiuto concreto, tanto meno regole fisse.

Una domanda su cui, ammettetelo, ammettiamolo, ogni volta perdiamo quelle mezze giornate, prima di prendere una decisione definitiva, è questa: come rendere le battute dei vari personaggi? E meglio: quali simboli utilizzo per la resa del discorso diretto?

Ho scritto parecchie volte sull’argomento, in articoli e interventi disseminati per il Web, perché ritengo che quello della resa dei dialoghi sia uno degli ostacoli più antipatici per gli autori che pubblicano i loro testi in maniera autonoma: devono assumersi la responsabilità della scelta dei “segnetti” giusti.
L’esperienza degli ultimi anni mi ha portato (finalmente?) a decidere per una soluzione che, conoscendomi, so già che non sarà quella definitiva. Ritiro il finalmente.
Questo è anche il motivo per cui ho deciso di scrivere un nuovo articolo sull’argomento: mi sento oggi più consapevole, da questo punto di vista, anche se sono sempre volta alla sperimentazione, come accade per la gran parte degli autori indipendenti. Da appartenente alla categoria, posso dire con sicurezza che, ad ogni nuova pubblicazione, i dubbi relativi alla questione del discorso diretto, anziché scemare, crescono.

Accade infatti che, nel mentre sei impegnato nella scelta, ricordi di aver letto il libro di quel collega che faceva parlare i personaggi, anteponendo alle loro battute un  trattino. Hai trovato che quella preferenza fosse della giusta essenzialità.
Poi ti è pure capitato di dare uno sguardo all’altro e-Book, scaricato da poco, ed hai visto che i dialoghi anticipati dai cosiddetti “” apici(virgolette alte) danno un effetto più vivace alla narrazione.
Sì, però è anche vero che il libro dell’altro amico, ad occhio attento, ha una grafica più elegante, grazie all’uso delle virgolette caporali«».

Insomma, come ho già detto, consumi più di un paio di ore in Rete a capire quale sia la forma grafica più opportuna.
Uscirai dal labirinto di informazioni in cui ti sei cacciato, dopo aver digitato sul motore di ricerca qualcosa come “resa dialogo casa editrice”, con un gran mal di testa. Sarai costretto a constatare che ognuno fa un po’ come gli pare. I grandi marchi, in genere, una volta stabiliti i segni da utilizzare, seguono con estrema precisione le loro regole.

E gli scrittori indipendenti? L’ho già detto: fanno come meglio credono.
Alcuni stabiliscono a priori regole personali e le rispettano ad ogni nuova pubblicazione. Altri sperimentano, cambiano. Non seguono uno schema prestabilito.

Io mi metto in questo secondo gruppo: ogni volta provo novità grafiche, insomma utilizzo nuovi segni grafici, forse per l’insicurezza che mi viene da una sorta di ansia da prestazione.
La mia preferenza, l’ho già detto altrove, è ormai accordata alle virgolette caporali: mi sembrano eleganti, raffinate.
E pure poco invadenti.
I dialoghi introdotti dai caporali, infatti, non creano confusione nel lettore, come potrebbe essere invece con gli apici: quante volte li abbiamo visti, a sottolineare il significato di termini inconsueti o singolari?
E non parliamo dei trattini ( rigati): potrebbero trarre in inganno, confondendosi magari con i segni simili, i - trattini di congiunzione, utilizzati per separare due o più termini.
Però il trattino a me piace, ­­fa pensare a dialoghi animati, veloci. Credo che sia preferibile in testi di ambientazione moderna. I caporali, invece, li vedo bene nei discorsi diretti, all'interno di scritti di contenuto più classico, storico.
Queste naturalmente sono solo mie opinioni.
Comunque sia, oggi posso dire che le cosiddette virgolette basse sono le mie favorite.
Attenzione, non confondiamo i caporali « » con << >>, che personalmente non userei mai.

Ho sperimentato tanto, prima di arrivare a questa conclusione, dai trattini agli apici doppi.
Nei miei scritti c’è la prova di questi esercizi di resa, chiamiamoli così.
Ogni autore indie d’altronde va avanti provando e riprovando.
Cerchiamo di perfezionarci, di migliorare.
L’esperienza, infine, porterà ad adottare sempre nuovi accomodamenti.
Concetta D’Orazio


Editing. Un lavoro necessario?

(Articolo completo)

Inutile ripeterlo: oggi tutti sappiamo scrivere
Non aggiungo i consueti punti interrogativi, a coppie di due alla volta, o, peggio ancora, terni di esclamativi, a sottolineare che ho appena fatto una delle mie solite battute.

Ma torniamo a noi.
Dunque la verità è questa: tanti azzardano con la penna a comporre storie, più o meno entusiasmanti, più o meno lunghe, più o meno buone. 
Tutta la mia benedizione a questi molti, fra cui mi colloco anche io. Perché dovremmo rinunciarci? Lo avevo già detto (qui) ed è inutile che lo ribadisca ancora.

La questione si fa difficile quando tra tutti i "molti" di prima occorrerà fare una selezione fra le opere infinite che loro metteranno a disposizione di pubblico leggente.
Se tutti sappiamo scrivere, non è detto che tutte le opere (romanzi, racconti) siano perfette. 
Non lo sono perché non basta una penna sola per segnare una compiutezza del libro. Affinché un testo risulti ottimamente composito e naturalmente coerente, è necessaria l'interazione fra chi ha messo in atto lo scritto (autore) e chi ha occhi esterni al prodotto. Non mi riferisco ora al controllo di piccoli errori che possono essere di battitura o di disattenzione. Neppure alludo ad imprecisioni lievi in senso grammaticale. Per questi, è necessaria una visione da parte di una persona che abbia un allenamento adeguato a snidare eventuali sgrammaticature o segni fuori posto. 

L'osservazione altra, chiamiamola così, a cui un autore dovrebbe sottoporre il suo testo, è necessaria al fine di un miglioramento del libro sotto diversi punti di vista che, per questioni di spazio e di tempo, riassumo in: 

- questione linguistica;
- coerenza cronologica e di ambientazione;
- gestione della linearità e scorrevolezza del testo;
- rispondenza dei caratteri e delle caratteristiche dei personaggi;
- adeguamento del testo ad eventuali (sottolineo eventuali) necessità di pubblico a cui deve essere offerta l'opera;
- eliminazione di "materiale" inutile che appesantisce e rende difficoltosa la comprensione di tutto il testo.

Per non dilungarmi ulteriormente sulle diverse proprietà del lavoro di editing, vi rimando ad un mio precedente brano (qui).

Dunque, fatte queste premesse, chiediamoci: è proprio necessario sottoporre il testo ad un "ripensamento"?
Abbiamo bisogno di affidarci ad un editor?

Quando si affronta questo dilemma, solitamente, nasce spontanea un'altra questione: è cosa solo moderna tutto questo rimestar le carte, aggiungere, tagliare, assottigliare, cambiare di titolo, aggiustare il finale? Come facevano i "grandi" del nostro illustre passato letterario?

Per alcuni la risposta potrebbe scaturire velocemente: i nomi gloriosi della letteratura facevano tutto da soli, a differenza di alcuni (tutti?) autori moderni, che hanno bisogno di una figura professionale che li accompagni nella redazione, arrivando addirittura a capovolgerne alcuni tratti.
Sappiamo bene che così non è.
La storia della letteratura, come raccontano i miei adorati testi universitari, avalla piuttosto la tesi che le grandi opere letterarie sono frutto di contributi intellettuali, diretti e indiretti, di disquisizioni e carteggi.
E da tutto questo: quante correzioni, cambiamenti in itinere e conclusivi!

Certo, a seconda del periodo storico in cui questi libri nacquero, il "collaboratore" dell'autore non si chiamava editor, ma l'utilità e la convenienza della sua opera, così come quella di tanti professionisti moderni, non possono essere messe in discussione.
Pensiamo a Manzoni, per dire, che, secondo me, rappresenta proprio un esempio di autore che si avvale dei consigli di altri che, all'epoca, non si dicevano editor, ma che diedero un contributo, diretto e indiretto, alla nascita del capolavoro.

Ebbene il romanzo dell'illustre Alessandro è la dimostrazione di come il riesame di un'opera debba essere condotto servendosi della collaborazione di altre personalità o comunque figure professionali adeguate.

La  redazione del suo romanzo storico, dal Fermo e Lucia ai definitivi Promessi Sposi, fu il frutto di un'interazione costante con altre persone.
Conversazioni carteggi ne sono la prova.
Insomma, l'autore arrivò alla edizione finale, avvalendosi di diversi "nutrimenti" critici e consigli di varia natura, seppur in variegata modalità e differente misura.
Anche in base a quelli, e non soltanto per considerazioni e ripensamenti personali, mutò la natura del suo testo, per alcuni aspetti.
Manzoni compì rivisitazioni e aggiustamenti continui, potendo contare sulla collaborazione di validi intellettuali.

Abbiamo detto collaborazione?
E cosa fa l'autore di oggi? Si avvale dell'assistenza di una figura professionale che ora ha un nome: editor.

Un tempo i "revisori" erano individuati nella cerchia di persone ritenute capaci di consigliare.
Oggi esiste la figura professionale vera e propria, l'editor appunto, che svolge il suo lavoro a pagamento. Il risultato è sempre lo stesso: lavorare insieme ad altri, al fine di ottenere un'opera compiuta e perfetta, sotto diversi punti di vista (coerenza, lingua, etcetera).

Ed eccomi infine a fornire una risposta alla  domanda iniziale: è necessario affidare la supervisione di un'opera a uno o più revisori?
Saper scrivere bene, l'ho appena detto, non è sufficiente per produrre un'opera perfetta. Chi scrive in solitudine non è più scrittore di chi cerca i consigli di altre persone, arrivando addirittura a ripensare alcune caratteristiche di quanto ha prodotto (libro).
Insomma, non si diventa automaticamente meno "grandi", a lasciarsi aiutare.
Anzi, l'aiuto esterno è importantissimo al fine di produrre un'opera "grande" appunto.

Quando la consulenza in termini di editing è assicurata dal patrocinio di una casa editrice, l'operazione, se vogliamo, diventa più semplice. Si viene seguiti, consigliati, incoraggiati.
Problemi diversi deve risolvere lo scrittore che si auto-pubblica (indie) che, tra le altre cose, deve affrontare pure la ricerca di un collaboratore, figura capace di affiancarlo, nel difficile cammino che porterà alla "produzione" dell'opera. Occorrerà quindi riuscire a trovare una persona con cui entrare in primo luogo in sintonia.

Per ricollegarmi alla figura del collaboratore nel corso dei secoli, vi lascio una domanda: forse che fare editing oggi non equivale ad uno scambio di vedute, a volte contrapposte, spesso antitetiche, attraverso un carteggio digitale?


Concetta D'Orazio

Self Publishing: carte al centro

Al centro della scrivania, come la palla al centro del campo.

Non m'intendo né di carte da gioco né di calcio, ma l'espressione, che ho utilizzato nel titolo di questo articolo, mi serve per fermarmi a dare una sorta di resoconto sulla situazione che, lo so, nessuno mi ha richiesto e che io stessa stento a mettere a punto, per via di un personale rilassamento in merito alle questioni dell'auto-pubblicazione. 

Chi mi conosce sa quanto interesse io abbia manifestato negli ultimi anni, relativamente alle faccende di editoria digitale e di nuove possibilità di pubblicazione in autonomia. In questo periodo, come già scrissi in un precedente articolo, ho avuto bisogno di un momento di distacco.
Ho sentito la necessità di rimanere un po' in disparte da questo compartimento argomentativo che è l'auto-pubblicazione che ha dato da scrivere a tanti. Che non sono mai troppi, s'intende.
Se solo fossero tutti buoni.
E non mi riferisco a coloro che con sacrificio si impegnano a produrre opere più o meno perfette. Quelli hanno tutto il mio rispetto.
Il Self Publishing ha pure portato inevitabilmente a discussioni, a volte gratificanti, ma spesso sterili, almeno per quanto mi riguarda.

Ma come si dice? Il lupo perde il pelo. Ed eccomi qui, ancora che mi arrovello e ci spendo un altro po' del mio preziosissimo (si fa per dire) tempo.
Sacrifico un pezzetto del mio nulla cosmico per tirare qualche piccola somma, o per buttare giù un paio di battute sulla questione, che forse pochi leggeranno e meno di nessuno apprezzerà.

Cosa ho da dire, insomma, sul Self Publishing italiano degli ultimi mesi?
Premetto che le mie, naturalmente, sono solo sensazioni personali, maturate con l'osservazione prima in presenza, nei gruppi di discussione, poi in lontananza, delle numerose attività messe in essere dagli interessati, finalizzate soprattutto alla promozione e alla condivisione dei vari risultati. 
Anticipo pure che le mie riflessioni nascono da una personalissima indagine, condotta da me in solitudine, nel tempo che riesco a dedicare alla lettura di libri di autori indie.
Ecco, in  questi momenti mi soffermo ad analizzare la bontà e la congruenza dei vari contenuti, la rispondenza e il fascino delle storie narrate in alcuni e-book.
Inutile parlare della correttezza di espressione linguistica: lo fanno già in tanti, che mi sembra di gettare parole al vento che tira. E siccome sono piuttosto tirchia, nel concedere mie parole a fatti altri, eviterò di soffermarmi sulla consueta tiritera del corretto/non corretto e ci vuole la grammatica e quello sbaglia i congiuntivi. 

Da tutti questi miei impiastricciamenti e cervellotiche considerazioni ho potuto rilevare che, nell'ultimo periodo alcuni prodotti auto-pubblicati addimostrano un notevolemiglioramento. Badate bene che non parlo della gran parte della pubblicazione self: non posso conoscerla, visto che mi è impossibile leggerne la produzione. E dunque, in questa sede, la ignoro.
Questa mia sintesi NON si riferisce a molta produzione indie.
Alludo invece a poche pubblicazioni che ho avuto la fortuna di visionare.
Insomma fortuna, diciamo la verità: le ho cercate con il lanternino. E, per ventura e buona sorte, me le sono ritrovate sul dispositivo di lettura. 

Ho visto che l'autore che opera in autonomia è oggi più consapevole della responsabilità che ha di offrire un testo buono, sotto i più vari aspetti, a quel fruitore che già si accosta ad esso con tutti i pregiudizi, per averli sentiti in giro, appiccicati alle pagine digitali.
Sono proprio quegli autori che, prima di fare click sull'icona del "pubblica" si pongono numerosi quesiti, arzigogolano impraticabili congetture di rispondenza delle varie parti che compongono la loro produzione. E lasciano decantare.
Passano in rassegna il testo. Lo sezionano. Lo sfiniscono. Lo ricompongono.
Poi, magari, lo accantonano, dimenticandolo in qualche cartella sul desktop.
E spengono il pc.

Ancora: l'autore coscienzioso, conoscendo bene i propri limiti, avverte il bisogno di relazionarsi con esperti, cui sottopone il proprio scritto. Capita spesso che tali bravi periti siano amici conosciuti nel corso dell'esperienza di pubblicazione e questo permette loro di usufruire di preziosi consigli e di mettere a disposizione i propri. Perché, si sa, occhi in più vedono sempre meglio.


Ritengo che il lato straordinario del Self Publishing sia da individuare proprio nella possibilità di un miglioramento in itinere: ogni autore può fare tesoro delle riflessioni e valutazioni altrui e modificare il proprio prodotto.

Un testo può dunque crescere con l'aiuto di tanti apporti, anche dopo l'effettiva pubblicazione.
La messa on line di un libro permette di applicare ad esso una rifinitura continua, che si avvale di diverse e veloci nuove edizioni.
Non si deve considerare l'autore indie, dunque, come solo responsabile di quel che "mette in giro", nel senso che ciò che lui ci propone può via via adeguarsi al gusto dei fruitori, proprio grazie alla possibilità di interazione che la Rete e la nuova editoria digitale offrono.

La comunicazione virtuale, d'altronde, ha offerto questa possibilità di scambievolezza di emozioni, pensieri e sensazioni. La mette a disposizione oggi anche agli autori e a coloro che decidono di partecipare all'esperienza che essi ci trasmettono: a chi scrive e chi a legge, insomma.


Per concludere queste mie lunghissime e noiosissime annotazioni, mi preme consigliare agli autori impegnati nella pubblicazione in autonomia, parecchi dei quali ormai sono pure amici, di non arrendersi in questa loro esperienza di condivisione. Sì, scrivere è una magnifica pratica di spartizione delle proprie suggestioni, espresse nei modi e nei tempi che solo ogni penna pensante sa fare.


Non mi sento di scoraggiare alcuna voglia di mettere nero su bianco quel che passa per il cuore ad ognuno di noi. Perché dovrei? Ed, inoltre: chi sono io per poterlo fare? Se oggi abbiamo questa possibilità di pubblicare, su questo spazio infinito che è il Web, per quale ragione dovremmo rinunciarci?


Alle esortazioni a non arrendersi, aggiungo una sola, ma indispensabile, sollecitazione: abbiate sempre grande cura di quel che generate con la penna. Aiutatelo a diventare autonomo e sappiate valutare la necessità di farlo visitare da professionisti, chiedendo continue conferme esterne alle vostre scelte.

Dirimete sempre tutti i vostri dubbi.

Voglio infine spronarvi a non farvi intimorire da chi vi sbandiera un'ossessionante aspirazione alla qualità: si vede che non ha da pensare alla propria, se si preoccupa della vostra!


Evitate chi cerca di emarginare i sogni vostri, con la minaccia di rivelare al mondo insospettabili sgarri che (non) avete fatto al buon nome della lingua italiana.


Voi siete stati accorti, avete sottoposto il testo a letture e considerazioni esterne. Siete stati impeccabili. Avete ricontrollato cento e mille volte. E avete chiesto di ricontrollare il controllato.

E allora di cosa dovete temere? Di chi vuole farvi passare da sprovveduti? Evitatelo come evitereste un inganno, semmai.

Tutti possono scrivere. Scrivere bene no.

Ma a scrivere bene si arriva affinando la tecnica, rivalutando gli errori, accettando le osservazioni esterne.
E sicuramente non si arriva ascoltando coloro che vi dicono di saperne più di voi.

E che? Forse esiste qualcuno più scrittore di un altro?

E dove si consegue la laurea di Dottore in scrittura?


Concetta D'Orazio



Autori a confronto.


1. La scoperta del Self publishing

2. L'ebook non esiste
3. Io edito, tu  editi, egli edita


Di scrittura, di trasporto artistico e di esercizio


Una serie di confessioni. 
Non interessa a nessuno esserne messo al corrente, lo so, ma io ho una coscienza, che prima di essere coscienza letteraria, è consapevolezza dei miei limiti. 
E, pertanto, la mia correttezza mi porta a doverne rendere conto, fosse anche a quell'unico lettore capitato erroneamente su questo blogghino, dopo aver frettolosamente digitato, nel motore di ricerca,  la parola tiramisù.

Scrivo? Si scrivo.
Da quando scrivo? Non ricordo bene. Non lo ricordo perché lo scrivere qui inteso non è quello relativo all'incolonnamento ordinato e corretto di soggetti, predicati e complementi. La domanda  da quando scrivi? sottintende una risposta a metà tra il filosofico-esistenziale e il pensieroso-trascendentale, del tipo scrivo da sempre, oppure da prima di esistere.
Ho detto spesso che scrivere mi piace più che parlare a voce, forse per una sorta di mia intrinseca vigliaccheria: bisogna essere molto svegli e pronti quando si formulano parole che qualcun altro, l'interlocutore di turno, ascolta immediatamente. 
Parlare dunque è un azzardo impulsivo.
Quando le parole si buttano giù sul foglio, o si digitano sulla tastiera, rimane il tempo per ripensarle, riposizionarle, cancellarle oppure aumentarle.
Scrivere permette di riflettere a lungo. Parlare no.
Che poi c'è pure chi scrive come parla e chi farebbe meglio a parlare, prima di scrivere. Ma questo è un altro conto.

Fatte queste premesse, vorrei aggiungere un paio di notizie che serviranno a dare una brutta impressione di me. 
Lo devo fare, però, sempre a causa di quella correttezza di cui sopra. 

Pur amando tenere la penna in mano ed avvertendo il bisogno di usarla ogni tanto, al fine di trasporre su carta i miei pensieri o le mie emozioni momentanee, non posso tuttavia dire che questo mio operare sia eseguito in preda a chissà quali trasporti contemplativi, in balia di raptus di ispirazione celestiale.
Non sento di avere alcuna responsabilità di offrire servizio letterario a nessuno. Figuriamoci.

Ad oggi posso aggiungere che ritengo alquanto noioso, a tratti grottesco, tutto questo improvvisoinusitatotroppo sostanzioso bisogno di parlare ad ogni costo di libri e di cultura. E sì, perché di solito il dualismo, innaturale a dir di molti, libro-cultura tende a ricomporsi e a ricongiungersi, ai limiti dell'implosione metafisica. 
Come se per cultura non si intendesse niente altro che quanto è depositato nelle scritture. In tutte le scritture. 
Nelle scritture di tutti.
Come se, il solo fatto di dire di aver trascorso qualche mezz'oretta, ma anche qualche mezza giornata, con la penna in mano, possa garantire uno status sociale, anzi uno status-social, di tutto rispetto.
Io non sono capace. Non scrivo perché sento essere questa una missione né mi strappo le vesti, gemendo, allorquando si ricordano nomi illustri della letteratura.
È questa la verità. Buon per loro che sono stati bravi. 
Li apprezzo, li stimo. Non sento la necessità di esaltarli, né tanto meno di presentarmi come ispirata da chicchessia.

Considero la scrittura tutt'altro che piacevole. Scrivere, per me, è esercizio. E l'esercizio non è mai spassoso.
Anche oggi, da adulta, mi capita spesso di sentirmi annoiata quando passo il mio tempo a rifilare le frasi, ad ammorbidire la sintassi. 
A volte penso che sarebbe meglio mettermi a fare una torta. 
Non ho nessuno che mi obbliga a questo genere di supplizio, sia chiaro. Scrivo perché in qualche modo devo pur passare il tempo. E, tutto sommato, perché mi piace farlo. 
Ho deciso di esercitarmi con le parole, così come c'è chi sceglie di fertilizzare il terreno in giardino per piantare le margherite oppure di intrecciare i fili nel punto croce.
Pur non considerandomi, ci mancherebbe, un'illuminata dal genio dell'arte redigendi, mi piace lavorare per migliorare.
Questa non è la solita espressione al limite fra il banale e il melodrammatico.
Mi piace "imperfettirmi", ecco. Pure quando faccio le torte.

Scrivere, come ogni trasporto artistico, presuppone passioneserietàumiltà.
Prima di diventare opera d'arte, però, un prodotto ha assolutamente bisogno di lavoro di esercizio.
In giro per la Rete mi capita di vedere, tra gli autori nuovi, sicuramente passione (almeno è quello che dicono). Ho incontrato anche  molte persone serie. Con qualcuna di esse ho avuto modo di condividere opinioni, in merito alla buona resa della forma narrativa, scegliendo di fare esercizio comune.
Sono fiduciosa: l'umiltà esiste ancora.
L'importante è cercarla nei posti giusti.

Nella peggiore delle ipotesi posso sempre frequentare un corso accelerato di giardinaggio o di ricamo.


Concetta D'Orazio

Diventare famosi con il Self- Publishing



Funziona così: un po' ci è sempre piaciuto scrivere. Un po'.
A dire la verità, un pochetto ci è sempre piaciuto pure fare nuoto, giocare a calcio, a tennis, tirare di scherma e ballare sulle punte.
Anzi, eravamo proprio bravi.
Ma questo ora non ha importanza. 
Adesso abbiamo fatto una meravigliosa scoperta: amiamo scrivere. 
Sì, avete capito bene. 
E non importa che tanto giovani non siamo più, o almeno non lo siamo tutti. Quello che veramente ci sta a cuore è che noi da grandi avremmo voluto fare lo "scrittore".
Cosa volete che ci interessi che noi adulti lo siamo già da un pezzo?
C'è forse un limite a sognare? Certo che no!
E noi vogliamo fare lo SCRITTORE.
Lo desideriamo davvero così tanto che ci caliamo benissimo nella parte. Creiamo di tutto: blog da scrittore, sito da scrittore, fan page da scrittore. 
Tutto per informare il mondo distratto che noi sappiamo scrivere, scriviamo e scriveremo. 
E che? Gli amici, i parenti, i vicini di casa, tutti lo devono sapere. Anche quelli che fanno finta di niente, guardandoci di traverso, ridendo sotto i baffi, quando ci incrociano per strada.
Cosa avranno da ridere?
Chi è che voleva diventare pompiere? Anche noi abbiamo un sogno nel cassetto, beh, in fondo in fondo al cassetto, proprio dietro a tutte quelle carte.
Noi abbiamo sempre sognato di buttar giù parole, nero su bianco.
E soprattutto, con cuore magnanimo, abbiamo deciso di voler mettere i nostri scritti a disposizione di tutti. Anche di quelli a cui non importa mezzo fico di ciò che componiamo.
Ma noi siamo munifici e gran signori. Le nostre sono aspirazioni nobili. Non c'è che dire.
Sì, va bene, prima di fare questa scoperta facevamo altri lavori. Ma non stiamo a guardare il capello, figuriamoci a spezzarlo. Quei mestieri con i quali campavamo erano occupazioni provvisorie che ci hanno permesso di mangiare, in attesa di rivelare al mondo che: noi siamo SCRITTORI.

E come si diventa oggi scrittore?
Beh, prima di tutto si strimpella qualcosa, alla meno peggio.
Chi vuole si siede alla scrivania, chi no scrive due righe anche all'impiedi, utilizzando il dispositivo che preferisce: computer, tablet. Anche il telefono va bene per strimpellare.
Una volta messa giù la bozza, si procede ad una prima, spesso anche unica, rilettura. 
Non possiamo stare a perder tempo noi. Abbiamo così tanto da fare!
Passiamo quindi allo step successivo alla stesura, di pari importanza, se non di più: la creazione della copertina.
La cover! La nostra croce e delizia. La cover ci presenta, ci annuncia, insomma: la copertina è il biglietto da visita del nostro libro. 
Decidiamo allora di spendere pure qualche spiccio per ottenere un risultato discreto. Abbiamo risparmiato prima, quando pensammo di non buttare qualche eurino per far leggere quello che abbiamo strimpellato a qualcuno che sa bene come si gioca con la penna. L'eurino ora ci avanza per la copertina.
La vogliamo bella, bellissima. La desideriamo così tanto, la nostra immagine, da sognarla anche di notte. Eh, sì che dobbiamo aspettare, dobbiamo attendere che il grafico ce la fornisca nuova di zecca nella sua bella confezione col cellophane.
Ma quant'è bella la nostra copertina! Meglio di quel che c'è dentro. Ma che c'importa: dobbiamo farci vedere, prima di farci leggere
E, si sa, se carta canta, copertina parla.

Andiamo avanti. Testo, copertina, sinossi: li abbiamo.
Noi lo sappiamo ma lo sappiamo solo noi.
Ora inizia il bello. Dobbiamo gridare al mondo, sì sempre a quel mondo distratto, che esistiamo come esseri scriventi, prima che pensanti.
Ci accorgiamo così che per poterci fare notare dobbiamo godere anche di un po' di fama. Insomma, dobbiamo diventar famosi, senza inutili giri di parole.
Quale modo migliore di un tuffo social?
Senza tema e con tanto ardimento, ci iscriviamo di qua e di là. Frequentiamo gruppi, ne creiamo altri. E chiacchieriamo, chiacchieriamo, per iscritto naturalmente. E certo, noi scriviamo. Mica pizza e fichi!
Fra di noi, fra i nostri simili, trascorriamo tante ore. Ci diciamo cose. Sempre le stesse cose: e le lunghezze dei giorni di promozione. E la conversione dei file per la pubblicazione. E le case editrici. E quelle a pagamento. Ma tu l'hai controllata la sinossi? Ma hai letto quella recensione? Ma quello chi  si crede di essere?
Insomma siamo così carini ma così carini, che, in confronto, le sorellastre ricche e brutte di Cenerentola, sembrano tirocinanti.
Continuiamo però a far finta di niente. E ci raccontiamo. Ci confrontiamo. Certi teatrini!
I  più bravi, i più scafati, a cui  in verità del Selpublishing importa tanto quanto la decennale provinciale di corsa con il papavero, hanno capito qual è il modo per farsi breccia nel cuore degli aspiranti self-scrittori: li aiutano, li consigliano, si fanno in quattro.
Insomma, cercano di fare la scarpetta in compagnia, laddove non avanzano nemmeno le briciole.

Ma ritorniamo ai nostri colleghi. Quelli che sono proprio come noi, motivati da un sincero e serio interesse verso il Selpublishing.
Quanto ci piacciono i nostri simili, sì quelli come noi. Quelli che avevano il nostro stesso sogno nel cassetto. Tutti l'hanno buttato fuori, il sogno. Alcuni hanno buttato anche i cassetti.
Ne hanno trovato tanti, abbandonati in discariche abusive. Quanti cassetti hanno rinvenuto, lasciati lì da aspiranti scrittori impenitenti.
E chi l'avrebbe mai detto? Fino a qualche tempo fa conoscere uno scrittore era impresa memorabile, da ricordare nell'agenda personale, e ora, all'improvviso, scopriamo di essere circondati da persone che hanno pubblicato uno, due, tre, quattro e tanti a iosa libri?
Quanti autori! Ci sentiamo circondati!
Pensavamo  di aver finalmente trovato la nostra strada artistica: fantastica, meravigliosa.
Il problema è che questa fantastica strada è molto affollata. Affollatissima.
Insomma, cercavamo il modo per farci vedere, notare, LEGGERE.
Ci accorgiamo di avere fatto la scoperta dell'acqua calda.
Tutti insieme, in gran compagnia!


Uno scrittore, due scrittori





Pensavamo allo scrittore un tempo, non molto remoto, e subito immaginavamo una persona con la schiena ricurva sulla scrivania, la penna in mano ed un foglio abbandonato al volere delle delicate folate di vento che entravano dalla finestra, aperta sulla campagna.

Dicevamo scrittore e lo identificavamo in un individuo poco fortunato, obbligato a trascorrere l'esistenza tra le sue carte e la noia che accompagnava i tempi lunghi, in attesa della risposta positiva da parte di qualche casa editrice.
In fondo lui, lo scrittore appunto, ci era simpatico.
Eh, certo, consumava i suoi anni migliori, le sue penne e pure le sedie sotto la scrivania.
Lo guardavamo mentre si accingeva a pianificare un unico schema: la trama del racconto, appuntando diligentemente un inizio, uno svolgimento ed una fine.
Il resto del tempo, il nostro eroe lo trascorreva a guardare in aria, nell'attesa paziente dell'ispirazione inviatagli direttamente dal nume poetico o comunque letterario.
Ci era simpatico, senza dubbio, ma quanta pena provavamo pure per la sua tediosa esistenza.

Pensiamo allo scrittore oggi, proviamo ad immaginarlo.
Cosa c'è? Vi rimane difficile? Che problema avete? Non vedete più le carte in balia delle flebili e tenere folate di vento che s'insinuano delicatamente, attraverso la finestra?
No, vi prego non ditemi che non lo immaginate, il nostro eroe, a consumar la noia nell'attesa di improbabili risposte per la pubblicazione del suo libro.
Cosa state guardando? Volete forse dirmi che l'immagine che si presenta ai vostri occhi è sconcertante? Cosa? Lo vedete  al pc.
Beh, è normale, dove volete che sia?
No, non può essere. Mi dite che lo vedete SEMPRE al pc. Lo vedete FOLLE al pc.
E cosa avrà mai da fare di così impegnativo?
Stare su Facebook? Su Twitter? Deve essere dappertutto? Non deve dimenticare nulla e nessuno? Socializzare con quello e con questo.
Deve inventare. Impaginare. Pubblicare. Condividere. Promuovere.Tentare. Aggiustare. Amicare. Mipiaciare. Chattare.

E va bene. Ma quando scrive?





Il Self Publishing e la palingenesi dell'editoria


Tutti che parlano di libri e di scrittura.

E qui e lì.
E le CE... e le BE e le DE.
Questi scrittori che esordiscono. Ah!
Si propongono. Si studiano. Si consumano.
Improvvisamente tutti sono diventati anche editori, editingaioli e correttori.
E pure evidenziatori.
Si amano. Ma un po' fanno finta.

D'altronde le classifiche sono strette,

piene di correnti d'aria! Non ci si può star dentro comodamente.
Basta un click e la porta sbatte.
Oggi dico così, ma devo dirlo velocemente e senza dar troppo nell'occhio,
ché domani ci sarà l'eco al mio "così".. "'osì" ..."sììì".
E occhio a quello e occhio a questo.
Ma che vuoi? Il report pieno e la moglie ubriaca?
Si continua, in una danza di letterine impenitenti,
senza aver mai studiato la prima posizione.
Ma pure sulla seconda ci sarebbe da ridire.
Tanto basta che c'è la salute e qualche refuso da cancellare.
Diciamoli refusi va.
Devastazioni della lingua sono. 
Noi però li indichiamo con termine tecnico che fa più chic ed anche più self.
Ma chi vuoi che se ne accorga?

Lettere dritte, storte, oblique. Basta che siano scritte.

Si va avanti, allegramente, chi prima arriva meglio alloggia.
Me poi alloggeranno anche gli altri,
tanto un posticino in classifica non si nega a nessuno,
basta che non sia troppo in alto.

Viva il Self Publishing,

da soli
e con molta compagnia!




Un anno di Self Publishing. Cosa ho imparato

Quanto costa tenere uno scarabocchio nel tiretto? Dipende da quanto è grande la vostra casa e da chi vi gira dentro. Qualcuno potrebbe avere bisogno proprio di quel tiretto. 
Se questi rivendica con autorevolezza il possedimento di quello spazio, siete rovinati! Il vostro scarabocchio avrà il posto che merita: la soffitta. 
Uno scarabocchio in soffitta vive male. Lo sappiamo. Quanto è brulla una soffitta? Nessuno che venga mai a spolverare quelle quattro chiacchiere messe giù, con il sudore della stilografica o, peggio ancora, con la ginnastica compulsiva delle dita sulla tastiera. 
In soffitta la vostra creatura avrà vita grama. Invecchierà di solitudine. Anche perché, riconoscetelo, voi stessi vi dimenticherete di esservi sentiti un giorno scrittori, con la esse maiuscola o minuscola non importa, e di aver partorito una sequenza di segni riconoscibili ed universalmente intellegibili.
Non volendo scadere in un eccessivo pessimismo, un’altra possibilità potrebbe rivelarsi al povero scrittore con esse incerta. Potrebbe accadere che chi divide con voi l’abitazione, ma pur la vita e la condotta, imbattendosi nel manoscritto che occupa abusivamente il tiretto a lui riservato, sia preso da un’improvvisa pietà e compassione per le vostre ambiziose prove di redazione e vi sussurri: «Perché l’hai lasciato qui? Non devi! Non puoi! Tutti devono sapere. Tutti devono conoscere. Tutti sapranno riconoscerti.»
E voi, finalmente compiaciuti di esser stati con dignità considerati, quando già vi eravate rassegnati alla solitudine della genialità incompresa, lo bacerete con enfasi e con trasporto,  accompagnando i vostri abbracci con qualche timido «Ma dai, ma ti pare.», «Ma dai, è una sciocchezza. Una prova di gioventù.»
Perché, detto tra noi, tutto quel che si scarabocchia con compulsione, nei momenti in cui vi capita di ascoltare estaticamente i dettami dell’ispirazione maestra, è sempre “una prova di gioventù”.
Anche se l’avete scritta dieci minuti fa.
L’arte non ammette umiltà. È arrivata l’ora di rendersene conto. Perciò, sicuri di essere stati almeno compresi dall'altra metà del vostro essere, vuoi perché davvero motivato a spronarvi nel cercare la giusta considerazione al vostro estro, vuoi perché davvero bisognoso di occupare il tiretto di cui sopra, vi concedete la meritata ricompensa alle vostre sacrosante velleità artistiche.
Ed eccovi sul motore di ricerca a digitare all'impazzata frasi del tipo “Pubblicare in cinque minuti”, “Pubblichiamo i nostri scritti”, “Pubblichiamoci allegramente”.
Lo so, è dura, ci son passata. Capisco.
E gira che ti ri-gira e leggi che si è fatto notte, arriverete infine ad occupare un agognato angolino di spazio Web. 
E lo vedrete lì il vostro eBook, nella vetrina dello store. Bello come il sole!
La copertina può essere migliorata, d’accordo. Ma quante pretese! In fondo è la vostra prima prova! Vi perfezionerete. Perché un vero autore self vuole prima di tutto questo: la perfezione.
Un self aspira ardentemente a rendere il suo prodotto preciso, completo, compiuto.
Non ci dorme la notte!
Quante notti ho trascorso alla ricerca di notizie utili, alla condivisione di emozioni digitali. Quanto sonno buttato nel Web.
È trascorso un anno dalla “mia prima volta” in modalità di auto-pubblicazione. E ancora non la dimentico.
Perché, si sa, la prima volta non si scorda mai!
In un anno ho imparato tante cose ma non voglio soffermarmi in questa sede, in questa pagina volevo dire, in dettagli di tipo tecnico ed in ragguagli di  tecnicismo ad hoc. Quelli si trovano dappertutto. Ormai ne è pieno  il web!
Ciò che mi rimarrà per sempre sono sicuramente le emozioni derivanti dall'interazione con chi ha camminato insieme a me, o anche di fianco, condividendo i miei stessi compiacimenti, i dubbi e le incertezze che le nuove prospettive di pubblicazione ci hanno fatto conoscere. I colleghi del self-publishing!
Ho imparato che le parole non si buttano alla rinfusa. Ogni pensiero, soprattutto se condiviso sul web, deve essere attentamente valutato, soppesato, predisposto alla critica.
Ho imparato che non basta conoscere la grammatica, la sintassi. La penna non si ferma alle nozioni. La penna si esercita con le emozioni.
D'altronde ho pure appreso il contrario: senza uno stile buono e corretto è inutile dire qualcosa. Ma questo lo sapevamo già. Si spera.
Ho imparato che scriviamo non per raccontare storie. Noi scriviamo per inventar bugie. Ma non le possiamo metter lì, le bugie, alla mercé di chi saprebbe riconoscerle. No. Dobbiamo essere abili ad abbellirle, a imbellettarle. A farle vere, anche se veritiere non sono. Noi cerchiamo alibi che possano sembrar di ferro per nascondere panzane grossolane. Nascondiamole bene, però!
Insomma, ho sperimentato per un anno intero che, anche se impegnato a raccontare bugie e renderle favole che possano far sognare chi ci legge, suo buon cuore, chi scrive deve essere persona attenta, scrupolosa, diligente, leale ed onesta.

Viva l’autopubblicazione!





L’isola del libro che c’è ma non si tocca


Questa era la volta buona, dovevano arrivare in tempo! Apprestò ogni cosa per bene: cibo, acqua, vele di ricambio, remi di scorta, coperte e sottocoperte… che creano sempre l’atmosfera! E soprattutto preparò lei, la sua Isotta, tirandola fuori dagli ormeggi con delicatezza, spolverandola, lucidandola e rimettendola a nuovo con un paio di mani di vernice, alternando il giallo e l’arancione, usando un blu cobalto per ripassare il nome sulla fiancata.
Dopo il veloce restauro, la mise nuovamente nella sua postazione.
Giovannino, a dir la verità, non era molto pratico di navigazione, anzi, ad esser sinceri, non sapeva proprio manovrare la sua piccola imbarcazione. E a voler essere ancora più puntuali, Giovannino non aveva mai navigato in vita sua!
La teneva lì, sulla riva, attraccata al molo, la sua barchetta; ogni pomeriggio, alle sedici precise, prima di andare ad aprire la sua oreficeria, passava lungo la battigia, salutava la sua piccola Isotta e cercava di confortarla:
« Ora sei qui sola soletta, in mezzo al nulla, senza compagnia. Lo so, lo so, Isotta mia, non ci sono triremi, né navi da crociera. Lo capisco, ti capisco, non ce la fai a stare così, da sola, mia Isotta, senza nemmeno un pedalò, né la benché minima galea. Tutto cambierà, vedrai, presto questo porto si riempirà, arriveranno altre imbarcazioni, a mille e mille: scialuppe, chiatte e canotti. Un tripudio di natanti! Abbi fede, adorata Isotta.
Vedrai, anche il mare arriverà! »
La consolava così, ogni giorno, e se ne andava ad alzar la serranda del suo negozio.
Quel pomeriggio, tuttavia, Giovannino, passando davanti alla sua barchetta e vedendola affranta come di consueto, senza nemmeno una spanna d’acqua su cui potersi mantenere a galla, cercò di fare l’indifferente, non le rivolse nessuna considerazione e se andò, voltando la testa dall’altra parte.
Prefigurava già che le avrebbe fatto una gran sorpresa, di lì a poco, quando si sarebbe presentato con equipaggio e croceristi, con personale di bordo, collaboratori sulla plancia, tutti al suo comando.
In fretta, Giovannino attraversò “Vico delle idee”, girò a destra in “Via delle impaginazioni”, giunse sulla piazza “Piazza Grande Megapixel”, e, con estrema velocità, quasi i suoi piedi stessero digitando su una tastiera del pc, rischiando di travolgere il Signor TOC che, ansimando e tossendo, cercava di attraversare le strisce pedonali, colorate a gradiente, con tre o quattro sfumature di bianco, si diresse al lavoro.
Arrivò alla sua oreficeria. Alzò la serranda, aprì la porta a vetri, andò al bancone e scrisse, rigorosamente su un foglio A4 con orientamento verticale, con font in maiuscoletto, – chiuso per ristrutturazione -. Dopo aver attaccato il foglio A4 alla vetrina del negozio, Giovannino girò la chiave e, cheto cheto, mi piace mi piace, si chinò dietro al bancone ed aprì, grazie ai suoi muscoli, gonfiati a forza di ZIP, il portellone della botola sotto i suoi piedi, scansandosi naturalmente…
Era lì che aveva dato appuntamento a quella formidabile combriccola, mobile assai, che l’avrebbe accompagnato nel suo viaggio verso l’Isola, la sconosciuta “Isola del Libro che c’è ma non si tocca”.
In realtà, Giovannino che aveva ben studiato le carte nautiche, sapeva che l’Isola esisteva, era pulsante di vita, ma i suoi paesani, si sa, avevano la testa più dura di un forum al femminile! E quindi a quella gente occorreva mostrar i risultati, far vedere le foto di quell’isola, in formato jpeg però, per non appesantire le menti!
Con i muscoli guizzanti di ZIP che, a furia di regger quel peso di troppi byte, stavano già cedendo alla tentazione dell’UNZIP, Giovannino continuava a tener alzato il coperchio della botola, attendendo che tutti i suoi sottoposti, le sue sottoposte pardòn, giungessero in superficie e si presentassero.
L’appuntamento era per le 16.30: alle 16.28 solo una timida D era arrivata in anticipo. Giovannino l’aiutò ad uscire e l’appoggiò sul bancone, emettendo un fischio sonoro per richiamare le altre. Alle 16.32, contò i suoi asserviti, le sue asservite pardòn, c’erano la M, c’era la B, c’erano le cinque piccole vocaline, in bikini, of course.
Qualcuno mancava. Ma poi arrivò.
«Sei sempre l’ultima, Z, monella!» la redarguì Giovannino.
In fretta in fretta si misero in fila, Giovannino aprì la porta, le fece uscire e, con lui a capo della banda, fecero il cammino inverso a quello di prima, ripercorrendo tutta la piazza, svoltando in “Via delle Impaginazioni”, addentrandosi nel “Vico delle idee”. Non incontrarono il Signor TOC, che aveva già attraversato una ventina di volte, avanti e indietro, le strisce pedonali; lo videro che si riposava su di una panchina, al lato della piazza, mentre assumeva un ansiolitico, accompagnandolo con una spremuta di segnalibri che la moglie aveva raccolto, in primavera, dalla pianta dell’Indice che teneva in giardino.
La F alzò per un attimo gli occhi, verso la finestra del quarto piano dell’antico palazzo signorile in stile giustificato. Notò un fuggevole sguardo indagatore dietro le imposte non perfettamente allineate e pensò.
-Eccola là, l’impicciona!-
La signorina Recensione, infatti, zitella irrancidita a causa di lunghi anni passati a commentare con astio e riluttanza, mai prodiga di complimenti, trascorreva così, nella perfetta emarginazione dell’anonimato, il suo tempo, attendendo il climaterio ormai alle porte. Pur essendo consapevole che la sua fine sarebbe arrivata presto e che il posto che le sarebbe toccato sarebbe stato accanto ad altre perfide come lei, sulle pagine non di carta di un libro senza colla, abbandonato in un giardino, tuttavia perseverava nella sua ostinazione di giudizio malevolo e mordace.
Al passaggio dell’ultima lettera della compagnia, dopo averne studiato per bene, posizione e significato, pensò che quelle discole la avevano proprio sfinita, con quel loro schiamazzo e vocìo.
Per dimostrare il suo astio, la signorina Recensione, aprì per bene le imposte della sua finestra e buttò in testa alle malcapitate un secchio colmo di stelle, singole però, o al massimo appaiate a due a due!
Ma l’allegra compagnia non si perse d’animo e continuò quel viaggio, intonando in un gioioso coro di mp3, un melodioso file, libero da copyrigth!
Giovannino andava avanti e, dietro di lui, tutte le altre o tutti gli altri, le lettere o i caratteri insomma,  A,  B,  C e così via. Ben presto egli si rese conto che quelli, per combattere la loro obesità, avevano, in passato, smesso di essere statici e, grazie ad accurati esercizi di fitness e di revisioni automatiche, erano diventati mobili, mobilissimi. Erano così agili e scattanti che Giovannino teneva a fatica quel passo, anche a causa della sua ernia patologica: il dottore lo aveva avvisato, dopo aver guardato il referto degli esami di routine che mostrava un innalzamento del livello delle royalty nelle urine:
«Stia molto attento, Giovannino, se non mantiene bassa l’assunzione di carboidrati e chiddippì rischia di far implodere il suo report. E poi sarà necessaria la rimozione dell’intera libreria, con buona pace del suo account! Si trattenga, Giovannino, si trattenga!»
Il poverino aveva ascoltato la terribile notifica ma non volle condividerla, visto che non aveva capito niente; egli aveva continuato, sebbene non più giovane, a fare la vita di sempre e a digitare a pieni polmoni, come avesse ancora 20 dpi!
Giunsero sulla riva del mare senza acqua, dove la povera Isotta senza mare, perché l’acqua mancava appunto, trascorreva mesta le sue ore in solitudine. Al suono del coro in mp3, un sussulto al motore e un tremore alla chiglia la fece destare dal suo torpore.
Giovannino guidava le piccole ma grandi mobili e, dopo averle presentate ad Isotta, le fece salire sul ponte di comando ma poi decise di separarle e di inviarle ognuna verso la propria missione.
La B naturalmente la mandò a poppa: vedendola ben dotata di tette, non poteva che essere messa a poppe, ehm, a poppa.
La O la collocò al timone, dal momento che, per via della sua piacevole rotondità, ancora un poco obesa a dir la verità, sembrava facile alle curve.
La C la mise di vedetta, a guardar se qualcuno oltrepassasse i limiti e si facesse troppo le faq degli altri; un incarico di grande responsabilità! E infatti, la C divenne antipatica a molti, ma non a tutti!
La H la tenne vicino a sé, però, temendo un possibile ammutinamento. Quella giovane -H-aveva tendenze da megalomane e, tendeva a scivolar dove non le competeva, eclissandosi, pigra, allorquando di lei si aveva davvero bisogno: doveva essere tenuta a bada!
Isotta era così contenta di avere compagnia che, a causa di quella felicità, aveva il motore traboccante di commozione ed i suoi occhi si riempirono di lacrime e di note a piè di pagina. E piangi a interlinea singola e piangi a interlinea doppia, in breve tempo tutto il primitivo asfalto multimediale si riempì di acqua e formò una distesa di download da fare invidia all‘Oceano Atlantico!
Navigarono nel mar del web per tanto, tantissimo tempo, circa quindici minuti.
La loro connessione, infatti, non era molto veloce. Giovannino si pentì per non aver pensato al fatto che in quella zona mancasse l’addiesselle ma se ne fece una ragione: la felicità di Isotta prima di ogni cosa.
E comunque lui e le sue mobili compagne avevano un altro scopo importantissimo: trovare l’”Isola del libro che c’è ma non si tocca” e portare le testimonianze, documenti puntodoc, o meglio ancora in piddieffe e tante tante foto in formato geipeg.
Attraversarono tutto il web, imbattendosi spesso in mostri marini, draghi e cammelli. Sì, appunto, nel mar del web ci sono anche i cammelli in ammollo, gli stessi che cercano refrigerio dopo aver sudato, sudato come un cammello appunto.
« Ma questo è un mare fantasy!» esclamò con entusiasmo la giovane N.
« Speriamo di non andare a fondo!» ribatté contrariata l’anziana P.
E così, facendo rapidi collegamenti ipertestuali e salti fulminei di link in link, la S scorse da lontano un isolotto, proprio nell’esatto punto in cui era indicato sulle carte nautiche.
«All’isola!» allarmò la combriccola,
«All’isola!» risposero in coro, questa volta in Wawe però.
Solo la U rimase in silenzio: essendo intollerante al Wawe, girava ognora con la paura di avere uno shock anafilattico e dunque si portava sempre appresso pastiglie di Midi.
Giovannino e le sue mobili governarono per bene Isotta, favorendo l’attracco alle coste. E qui, rivolgendosi alle sue prodi, le invitò ad ammainare le vele e sbarcare ma prima volle ricordare loro la missione per cui avevano navigato così a lungo:
«Compagni, compagne! Siamo giunti qui, sull’”Isola del libro che c’è ma non si tocca”, con un incarico preciso. Voi, valorosi rappresentanti della stampa a caratteri mobili, dovete ora raggrupparvi, per tema e per categoria, creare eccellenti gruppi, comporvi armoniosamente, con garbo, con raffinatezza nello stile e nella forma, per creare libri mobili anch’essi, oh quanto mutevoli, ma pregiati e perfetti, come i colleghi sulla carta, affinché chicchessia non abbia a dire che sono scadenti e di bassa qualità.
E noi dobbiamo inoltre, io insieme con voi, dimostrare l’esistenza di una forma di scrittura alternativa, ma non in concorrenza. Avanziamo in pace, con bandiera bianca.
Per mille megabyte!A terra!»
E quelle scesero, in ordine, compìte, allineate.
Un gendarme, sulla riva, controllava i documenti di ognuna ma non trovò nessuna senza permesso di soggiorno.
Quando Giovannino mostrò al questurino la sua carta d’identità, sbiadita e senza nemmeno un pixel di saturazione, questi, contrariato, ma senza troppo contrast, gli chiese:
«Scusi ma lei ce l’ha una copertina? Una copertina d’effetto?»
SFINE
Ho scritto S-fine? Mannaggia ai re-S-fusi!
Concetta D’Orazio


Brevi note sulla pubblicazione in autonomia



Assistiamo oggi ad un copioso proliferare sui social network, sui forum, sui siti web, di gruppi di discussione che si propongono di promuovere e sostenere le realtà editoriali autonome, nate grazie alla diffusione della nuova forma dell’auto-pubblicazione. Coloro che sono impegnati direttamente nel settore, scrittori, grafici, lettori, pochi a dir la verità, naturalmente hanno ormai una solida esperienza di questa nuova maniera di produrre libri. Tante tuttavia, nel nostro Paese, sono le persone che non conoscono la natura della pubblicazione in autonomia e si chiedono chi siano questi scrittori indipendenti.
La pubblicazione in autonomia è cosa recente e, come tale, va conosciuta, elaborata prima, quindi accettata e divulgata.
Ma osserviamola più nel dettaglio questa tendenza innovativa.
Se lo scrittore cosidetto “classico” deve pensare semplicemente a scrivere, concentrandosi sulla trama, sui contenuti e sulla forma, l’autore indipendente deve seguire la sua opera, nei minimi particolari senza poter trascurare nulla. Gli scrittori che lavorano in autonomia (Indie) non hanno alle spalle, in virtù di questa loro indipendenza, il lavoro che in casa editrice viene generalmente affidato a professionisti diversi quali il correttore bozze, il grafico, l’impaginatore. L’autore che decide di pubblicare in maniera self deve, pertanto, prendersi cura della sua opera in maniera completa: deve pensarla, scriverla, non dimenticandosi di vezzeggiarla e coccolarla con un’accurata opera di labor limae che non lasci nulla al caso.
I nuovi scrittori necessitano di varie competenze: essi devono essere bravissimi redattori e registi di scena scritta, ma devono possedere anche abilità e conoscenze di tipo più tecnico e addirittura informatico. Tutto ciò ha un prezzo: l’opera finale risponde sicuramente in toto al gusto di chi l’ha prodotta ma potrebbe contenere errori dettati dalla fretta o dalla poca dimestichezza con i supporti informatici.
Per questi motivi occorre che gli autori indipendenti si adoperino per ottenere un confronto continuo con i colleghi e compagni di avventura. Solo così si avrà modo di riuscire a farsi conoscere ed apprezzare, soprattutto da quel pubblico di lettori che ancora legge seguendo i costumi e le abitudini tradizionali.

L’importanza di un booktrailer

Sette giri di donna - Il booktrailer 

Per un ebook che si rispetti è assolutamente necessario avere un booktrailer. Non chiedetemi troppo il perché ed il per come, ma pare che questa presentazione musicata e digitalizzata della propria creatura, scritta ma non troppo, più che altro digitata, sia fondamentale, come tutto il resto d’altronde, per la riuscita commerciale della realizzazione dei vostri sogni editoriali.
Cari autori indipendenti, ebbene sì, il filmatino con la musichetta e con la galleria fotografica del vostro tenero neonato e-book, ma anche del vostro testo cartaceo, è indispensabile. E a voi, autori indaffarati a cliccare a destra e manca a controllare i report, ad aggiornare la classifica, mancava anche questa: il booktrailer! Inizialmente esso filmatino vi sembrerà inutile e voi lo snobberete con alterigia, quasi sorridendo in cuor vostro nel pensare a quanto sia risibile una simile  riflessione. Continuerete nelle vostre navigazioni folli, per mari sconosciuti, fermandovi di tanto in tanto a respirare e a curiosare nei blog dei vostri colleghi autori-fai da te. Subdolamente, come uno di quei pensieri di tarda sera che s’insinua nella testa e non ti molla, quell’idea malsana inizierà a turbare la vostra serenità: e se fosse vero? E se fosse fondata l’opinione che quel carosello di presentazione possa davvero fare aumentare le vostre vendite?
Vi sveglierete la mattina con un solo chiodo conficcato nella testa: lo voglio! Voglio anch’io il booktrailer.
E fosse facile: inizierete a girare per la Rete, a cercare informazioni e prezzi per la realizzazione di un video-promozionale. Vi accorgerete finalmente che, per quanto concorrenziali possano essere i prezzi, tuttavia, per voi, sarà sempre troppo ed il rischio d’impresa non sarà mai sufficiente a giustificar la spesa…o qualcosa del genere, non avete le idee molto chiare. E sì che avete passato la notte in bianco!
Decidete quindi di spostare le vostre gugolate cambiando le parole chiave della ricerca da “videomakers” (coloro che curano la realizzazione ed il montaggio video) a “software gratuito per il montaggio video”, essendo giunti alla conclusione che forse è il caso anche di imparare questa nuova arte del video-montaggio, soprattutto dopo esser passati a dare una rapida occhiata all’aggiornamento del report della vostra libreria!
E veniamo a noi: quanto è difficile realizzare un breve booktrailer?
Dipende. Dipende dalla pazienza che si ha a disposizione. Eh, sì, giocare con le immagini, soprattutto quelle in movimento, richiede un notevole impegno, di testa e di pensiero.
Una volta installato il magnifico software di montaggio video (ne esistono molti “scaricabili” gratuitamente), cosa necessita ancora al buon editor principiante? Per realizzare un filmatino occorrono: immagini, foto o anche grafica clipart, una piccola base musicale, meglio in formato mp3 e. naturalmente, un po’ di fantasia e di buongusto. I programmi di video-­­montaggio sono semplici da utilizzare, almeno quelli base, e molto intuitivi. Dopo aver disposto la sequenza immagini o foto sulla linea del tempo che scandisce i momenti del filmato, si può aggiungere sotto la base musicale, accompagnata oppure intervallata da registrazioni vocali. Generalmente si hanno a disposizione tante modalità di transizione, vale  a dire di passaggio da un’immagine all’altra. Con lo strumento “testo” si possono inoltre mettere titoli, sottotitoli, descrizioni testuali e così via. La sceneggiatura la decidete voi, accordandola necessariamente con la trama, il tema contenuto nel libro.
Tutto è semplice ma  occorrerà tenere bene in conto una cosa importante: ogni volta che prendete dalla Rete un’immagine, una clipart e soprattutto un brano audio ponete molta attenzione alla documentazione relativa ai diritti d’autore e all’uso che viene concesso dall’autore dell’opera in questione. Leggete sempre bene quanto regola il download e l’utilizzazione dei diversi prodotti multimediali.
Fatto dunque il montaggio principale si può cliccare sulla funzione “crea filmato”: in tempi più o meno lunghi che dipendono dal “peso” del film, in termini di corposità dei file in esso contenuti, potrete ottenere il vostro splendido booktrailer!
Concetta D’Orazio